Dillena a difesa della Lega e dei ticinesi che votano Lega
Populisti, sufficienti e cittadini
di GIANCARLO DILLENA
In democrazia bisognerebbe guardare agli elettori - che nell'insieme costituiscono quello che non a caso viene designato come il Popolo Sovrano - con rispetto e intelligenza. Il che non significa, intendiamoci bene, accettare in maniera succube e reverenziale ogni manifestazione degli umori popolari. Al contrario, significa guardare con lucidità e senso critico alle scelte dei cittadini. Ma per comprendere le ragioni - e anche le emozioni - che le determinano e quindi le loro motivazioni profonde. Sempre collegate, a loro volta, a problemi e situazioni che attendono risposte, in particolare da quei politici che sollecitano la delega per affrontarli e, possibilmente, risolverli.
Se dunque qualcuno riesce, magari strillando, a coagulare un cospicuo consenso dietro di sé , il problema sono gli strilli e chi li emette? O piuttosto il fatto che molti cittadini finiscono col riconoscere in essi - bene o male - l'espressione di un malessere e di un'attenzione ai loro problemi che altri non sembrano cogliere? A mente fredda non è difficile riconoscere che un ragionamento critico su certe turbolenze che percorrono la scena politica dovrebbe comunque partire dal secondo interrogativo. Ma troppo spesso ciò non avviene e agli strilli finisce per contrapporsi, simmetricamente, un atteggiamento improntato alla sufficienza intellettuale e al disprezzo. Che ufficialmente si rivolge agli strilloni, ma finisce col ricadere su tutti i cittadini che li sostengono, cui indirettamente viene assegnata una patente di ingenuità, per non dire di dabbenaggine. Il che non fa che rafforzarli (e rafforzarne le schiere), poiché sovente a spingerli in quella direzione è proprio la sensazione di essere stati troppo a lungo ingenui ostaggi di un «establishment» politico lontano, attento più ai propri problemi che a quelli del cittadino, pronto a impartire lezioni più che ad ascoltare.
Per i censori è una visione distorta, frutto di frustrazioni individuali, dettate da motivi non sempre limpidi e attizzate da un populismo primario? Forse. Ma certo è che la replica fondata sulla continua demonizzazione del populismo e quindi di chi lo segue, non accompagnata da una sostanziale presa a carico delle preoccupazioni di cui si alimenta, tende ad allargare il fossato piuttosto che a colmarlo. In misura anche maggiore quando contrapposta ad atteggiamenti «politicamente corretti», presentati come espressione dell'unica, possibile «intelligenza» politica.
Ma è davvero «intelligente» sorvolare, o addirittura negare, ad esempio, che in Svizzera esiste anche un problema di delinquenza d'importazione, solo perché questo rischia di essere in odore di «xenofobia»? O che la libera circolazione delle persone, se da un lato ha portato indubbi vantaggi economici, dall'altro genera tensioni su un mercato del lavoro fondato a lungo su altri equilibri, specificamente elvetici? O ancora che i rapporti con i Paesi vicini non sono un problema pretestuoso e già risolto, ma sono destinati ad accentuarsi, per una piccola isola circondata dall'oceano dei debiti europei?
Immagino già, a questo punto, le accuse di «cripto-leghismo» e gli sbuffi degli «indignados» locali. Ma pur non condividendo né certi modi, né certe tesi sbrigative, resto dell'idea che quando una quota importante del Sovrano si riconosce nelle tesi dei populisti occorre saper andare oltre la superficie, per quanto turbolenta, e cercare di cogliere la radice del problema. Senza accontentarsi di liquidare le sue manifestazioni, con altezzosa sufficienza, come «volontà di isolamento», «paura dell'altro», «rifugio nel passato» e quant'altro. Queste spiegazioni banali e stereotipate lasciamole a certi osservatori esterni della realtà elvetica, da sempre inclini a certi giudizi sommari (magari accompagnati da una punta di invidia).
Se crediamo davvero nel valore della democrazia; nel fatto che resti «il sistema peggiore... a parte tutti gli altri»; che gli elettori che votano non sono sudditi di qualche signorotto della politica ma cittadini adulti, le cui scelte sono da prendere sul serio e con rispetto; se crediamo in questi principi, allora mettiamo da parte i luoghi comuni, le etichette riduttive, l'abitudine di attribuire patenti di intelligenza e di stupidità a seconda della sponda; e cominciamo a discutere seriamente, senza censure e senza tabù. Senza mettere da parte le proprie convinzioni e i propri dissensi, senza lasciarsi calpestare da chicchessia, senza lasciarsi chiudere la bocca da nessuno.
Non lasciamo che sia il populista, ma nemmeno il sufficiente, a dirci a che cosa dobbiamo pensare, come dobbiamo pensare e quanto dobbiamo pensare, «per essere dalla parte giusta». Poiché quest'ultima non è definibile a priori, ma va cercata tutti insieme.
E se troppo populismo può portarci fuori strada, altrettanto vale per certa sufficienza di segno opposto.
Giancarlo Dillena
-
Accesso utente
Ricerca
Notizie più lette
Sondaggi del Mattino
Il Consiglio di Stato sta valutando di sbloccare i ristorni...
Anche l'OCST vuole i contingenti ai frontalieri...
Videogallery






Redazione