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Annibale e le Alpi

12/12/2011 (All day)
La piú brillante impresa del generale che per quindici anni tenne in scacco l’esercito romano.

Nell’ottobre del 218 a.C. fu portata a compimento una delle piú notevoli imprese militari della storia: Annibale Barca, condottiero cartaginese e brillante protagonista della seconda guerra punica, valicò le Alpi e marciò contro Roma. Il suo esercito, composto di novantamila uomini, dodicimila cavalli ed una quarantina di elefanti, era partito alcuni mesi prima da Cartagena, la piú grande colonia africana in Europa.

In sessantamila valicarono i Pirenei e attraversarono l’odierna Francia, risalendo il corso del Rodano fino alla confluenza con l’Isère. Poi giunsero ai piedi delle Alpi. Non c’è accordo sul punto esatto dell’ascensione: alcuni studiosi optano per il Monginevro (1854 m), altri additano il Moncenisio (2083 m), altri ancora il Colle dell’Autaret (3071 m) nelle Alpi Graie. Il geomorfologo William Mahaney suggerisce il Colle delle Traversette (2950 m) nelle Alpi Cozie.

Nonostante le diserzioni, l’esercito di Annibale contava ancora trentottomila fanti e ottomila cavalieri, che ora puntavano lo sguardo verso la smisurata mole della catena alpina che si ergeva davanti a loro. Ecco come il professor Giovanni Brizzi, nel suo libro Annibale, come un’autobiografia, immagina il diario del condottiero cartaginese:

«Per salire ci affidammo dapprima al tracciato di una valle… Cessate ormai le colture, il suolo si fece piú aspro e ai nostri occhi apparve una foresta frangiata di nebbie, ontani e conifere che sfumavano verso l'alto nel prato e nella brughiera, prima di cedere il passo alla roccia e alla neve eterna... Occupato un colle che dominava il sentiero, una tribú di montanari cercò di sbarrarci la strada. La peggio, nella circostanza, l'ebbero le salmerie: atterriti per il clamore e resi folli per il dolore delle ferite, molti dei cavalli e degli animali da soma precipitarono nei burroni insieme con il carico; altri, imbizzarriti, si gettarono in avanti, travolgendo al loro passaggio uomini e cose, cosí che dovettero essere abbattuti. In questo frangente i miei uomini finirono spesso per lottare anche tra loro, preoccupati com'erano di uscire al piú presto dalla pericolosa situazione. A trarli d'impaccio provvidero, per fortuna, le truppe che avevo lasciato a presidio del colle; le quali, al mio comando, assalirono dall'alto i predoni, facendone strage».

Ciò che accadde in seguito ce lo dice Polibio (Storie, Libro III, 54-55):

«II giorno seguente, levato il campo, cominciava la discesa. Nel corso di questa [Annibale] non si imbatté piú in nemici, ma a causa dei luoghi e della neve perse una quantità di uomini non molto inferiore a quella dei caduti durante la salita. La via per la quale scendevano era stretta e in forte pendenza e la neve nascondeva i punti d'appoggio; infatti, chiunque deviasse dal cammino e scivolasse finiva nei precipizi. Infine arrivarono a un passaggio cosí angusto da non poter essere attraversato né dagli elefanti né dalle bestie da soma, e nel quale c'era stata in precedenza una frana di circa uno stadio e mezzo e si era proprio allora staccata una frana ancora piú grossa.

Lí i soldati si persero d'animo e furono presi dallo sgomento. Dapprima, il comandante cartaginese pensò di aggirare l'ostacolo; ma quando sopraggiunse la neve, rinunciò al tentativo. Sulla neve vecchia era appena caduta quella nuova; quest'ultima era facile da rimuovere essendo molle e non profonda. Ma quando mettevano il piede su quella sottostante, non affondavano piú, ma slittavano, scivolando con tutti e due i piedi… Le bestie da soma, invece, affondavano nella neve e restavano lí con tutto il loro carico, intrappolate dal peso e dal congelamento della neve vecchia».

Come fece Annibale ad uscire da questa trappola? Ce lo spiega lo storico romano Tito Livio (XXI, 37):

«Molto grande fu la quantità di neve che si dovette scavare e portar via. Quindi i soldati, condotti a costruire una strada nella rupe, attraverso la quale soltanto era possibile passare perché si doveva spezzare la roccia, abbattuti e tagliati immensi alberi intorno, fecero una grandissima catasta di legna e le diedero fuoco dal basso, essendosi levata una furia di vento ad alimentare l'incendio. Per spezzare le pietre le cosparsero d'aceto. Cosí ruppero col ferro la roccia bruciata dall'incendio, resero meno ripide le discese formando sulla strada modeste svolte, in modo che potessero essere percorse non solo dagli animali da soma, ma anche dagli elefanti».

Secondo Polibio (Storie, Libro III, 55-56) «in un solo giorno [Annibale] creò una via d'accesso sufficiente per le bestie da soma e i cavalli... Riunito tutto l'esercito, continuò la discesa e il terzo giorno toccò la pianura… Completata la marcia da Cartagena in cinque mesi e superate le Alpi in quindici giorni, calava audacemente verso la pianura padana e il popolo degli Insubri, con la parte superstite dell'esercito dei Libi - dodicimila fanti - e di quello degli Iberi - circa ottomila - e in tutto non piú di seimila cavalieri».

Era l’inizio di una guerra che sarebbe durata quindici anni e avrebbe fatto duecentomila morti. Durante il primo inverno nella Pianura Padana morí anche l’ultimo elefante sopravvissuto. La campagna d'Italia pareva aprirsi sotto i peggiori auspici, ma l’epopea di Annibale e della sua traversata delle Alpi erano destinate a rimanere immortali.

DM


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