Informazioni di interesse pubblico, ditelo ai giornalisti
C'è un personaggio - nella vicenda che ha indotto alle dimissioni il presidente del Direttorio della Banca nazionale, Philipp Hildebrand - che probabilmente ne uscirà, semmai si parlerà ancora di lui, nel modo peggiore: l'impiego di banca R.T., che ha ammesso di aver divulgato il sospetto di insider trading e che pertanto è stato licenziato dalla Banca Sarasin in cui lavorava.
I media domenicali ci hanno informato che R.T. (giustamente, ne è stato taciuto il nome) è stato ricoverato in un ospedale psichiatrico dopo un tentativo di suicidio. In Svizzera, la divulgazione di un segreto d'ufficio è sempre considerata reato, indipendentemente dai motivi di coscienza che possono aver dettato il comportamento illegale.
Il Tribunale federale ha ancora recentemente confermato la liceità del licenziamento di due impiegate del Dipartimento delle opere sociali della Città di Zurigo che avevano denunciato irregolarità nelle pratiche di assistenza, tali da indurre successivamente le autorità a migliorare i controlli.
«Transparency International» da anni lotta per introdurre anche in Svizzera l'eccezione per il caso di «denuncia giustificata»: i tribunali non la ammettono e il Parlamento federale non ha dato seguito alle proposte di modifica delle leggi in questione. Neppure il caso di una denuncia che rimane interna all'azienda è tollerato.
Per ora solo alcune grandi imprese - come Novartis o Nestlè - hanno creato al loro interno un organismo indipendente che riceve le denunce del dipendente e ne protegge l'identità quando segnala alla direzione i fatti all'origine della denuncia. L'inazione dei politici, davanti alla ripetuta provata insorgenza di «casi di coscienza» gravi e giustificati seguiti da conseguenze invariabilmente negative per il denunziante, non si giustifica più.
Anche perché la resistenza a una soluzione ragionevole del problema è orami causa di sconfitte planetarie (l'ha dimostrato il «caso Wikileaks») per la stessa credibilità degli Stati. Non sarò allora io, giornalista, a deplorare che al denunziatore rimanga aperta una sola via: rivolgersi ai mass media. Molti anni fa, a un cronista del «Corriere del Ticino» fu rimesso in busta chiusa e anonimizzata un rapporto interno dell'Amministrazione cantonale che rivelava gravi irregolarità nell'esercizio di una farmacia nel Locarnese.
A quel cronista che mi interpellava come suo superiore diretto chiesi se sapesse con certezza chi gliel'aveva mandato, quel rapporto, e se poteva fidarsi di lui. Né io né il direttore del giornale chiedemmo di più, al nostro collega, sicuri com'eravamo della sua integrità. Il rapporto fu dunque pubblicato e fece scalpore. Al procuratore pubblico Paolo Bernasconi, che l'aveva convocato in seguito alla denuncia contro ignoti fatta dall'Amministrazione statale, il cronista oppose il diritto dei giornalisti a non rivelare la fonte della notizia (attualmente, l'art. 28a del Codice penale) e la vicenda non ebbe per lui alcun seguito. (Il farmacista fu successivamente condannato penalmente).
Ecco una via, aperta oggi come ieri ai whistleblowers, la cui legalità è stata più volte ribadita dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Molte precauzioni, naturalmente, la deontologia professionale impone ai giornalisti di prendere in casi come questi: primo fra tutti il dovere della verifica della veridicità (o almeno della plausibilità) della fonte e della notizia. L'informazione, inoltre, può esser data in molti modi, secondo il grado di certezza o almeno di plausibilità.
Per finire, però, il magistrato può esercitare tutte le pressioni che vuole: il giornalista serio non si muoverà di un passo quando è sicuro del fatto suo. A me pare che dovrebbe essere possibile anche in Svizzera elaborare una legislazione meno punitiva per chi ha sode ragioni di coscienza per rivelare un'informazione di interesse pubblico.
In mancanza di essa, i giornalisti restano a disposizione - non rincresca al nominato ex procuratore, che vorrebbe togliere l'immunità parlamentare a Christoph Blocher («NZZamSonntag» dell'8 gennaio) per aver fatto il suo dovere di deputato.
Enrico Morresi, Massagno
Fonte CdT
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