Giuseppe Motta, un grande statista ticinese
Giuseppe Motta nacque il 29 dicembre 1871 ad Airolo, in un Ticino agitato da profonde passioni politiche. Aveva solo diciannove anni quando l'11 settembre 1890 i radicali presero d'assalto il Palazzo del Governo e uccisero il Consigliere di Stato Luigi Rossi, fidanzato di sua sorella Camilla. Dopo aver frequentato il primo anno di università a Friburgo, Giuseppe proseguí gli studi in Germania e nel 1895 aprí uno studio legale ad Airolo.
Nel 1901 diventò presidente del partito conservatore democratico ticinese. Dieci anni dopo, il 14 dicembre 1911, con 184 voti su 199 fu eletto Consigliere federale e gli venne assegnata la direzione del Dipartimento delle finanze e delle dogane. Nel 1915 fu il primo ticinese ad accedere alla carica di Presidente della Confederazione. In quegli anni Giuseppe Motta dimostrò straordinarie doti di statista e mediatore, grazie alle quali la Svizzera uscí indenne dal difficile periodo bellico.
Nel 1920 lo statista ticinese assunse per la seconda volta la presidenza della Confederazione e il Consiglio federale lo incaricò di preparare un appello ai cittadini per l'adesione alla Società delle Nazioni. La votazione popolare del 16 maggio 1920, con 415'000 voti a favore e 331'000 contrari, sancí l'ingresso della Svizzera nella Società delle Nazioni, inaugurando il periodo della cosiddetta neutralità differenziata.
Animato da profonde convinzioni religiose, Giuseppe Motta si mostrò sempre inflessibile nei confronti dei comunisti. Nel 1934, quando l'Unione sovietica chiede d'essere ammessa nella Società delle Nazioni, votò contro l'adesione e disse: "Il comunismo è la piú radicale negazione di tutte le idee che sono la nostra sostanza e di cui viviamo".
Diplomatico avveduto, mantenne rapporti cordiali con l'Italia anche quando le relazioni bilaterali divennero difficili: nell'ottobre del 1935, per esempio, il Duce ordinò l'invasione dell'Etiopia. La Società delle Nazioni decretò immediate sanzioni economiche contro l'Italia. Giuseppe Motta, presagendo l'inefficacia delle misure adottate e il futuro disgregamento della Società, esortò il Consiglio federale ad applicare quelle sanzioni in un modo compatibile con la neutralità elvetica. Pertanto, la Svizzera vietò sí l'esportazione di armi verso l'Italia, ma anche la fornitura di materiale bellico destinato all'Etiopia.
Anche nei confronti del Terzo Reich Giuseppe Motta adottò una linea politica pragmatica, in delicato equilibrio tra idealismo e realismo, tesa a salvaguardare gli interessi e l'integrità della Confederazione. I suoi detrattori gli rimproverarono un'eccessiva remissività nei confronti della Germania nazista e dell'Italia fascista. Ma, se una politica va giudicata dai risultati conseguiti, non si può negare che Giuseppe Motta raggiunse un obiettivo fondamentale: salvaguardò l'indipendenza svizzera.
Nel marzo del 1939 lo statista ticinese fu vittima di un ictus. Continuò a lavorare finché a metà novembre fu colpito da una seconda emorragia cerebrale. Morí a Berna alle cinque del mattino del 23 gennaio 1940 e fu sepolto nel cimitero di Bremgarten. Vi rimase fino al 1° agosto 1971, quando le sue spoglie e quelle della moglie Agostina furono traslate in Ticino e tumulate nel cimitero di Airolo.
DM
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