Conservatori, liberali radicali e socialisti: botte da orbi
Brenno Bertoni, Emilio Bossi e Guglielmo Canevascini furono tre figure di spicco della politica ticinese. Dotati di carattere sanguigno, non esitarono a menare le mani quando parve loro necessario.
Brenno Bertoni, avvocato bleniese che divenne consigliere agli Stati, era figlio di Ambrogio, ex sacerdote e figura eminente del movimento radicale ticinese dell'Ottocento.
Il 19 agosto 1891 il giornale conservatore La Libertà definí Bertoni vigliacco figlio di un prete spretato. La reazione del buon Brenno non si fece attendere: il giorno dopo si recò a Locarno, irruppe nella sede del periodico e prese a bastonate l'avvocato Mondada (La Libertà, 21 agosto 1891).
All'inizio del Novecento il linguaggio usato in ambito politico era particolarmente fiorito. Per esempio, il giornale liberale Gazzetta Ticinese, in un articolo del 6 giugno 1905 firmato J. A., si rivolgeva ai conservatori clericali chiamandoli buffoni, infinitamente buffoni che spargono la loro bava su tutto, coccodrilli con appetiti da iena, gente dal sesso atrofizzato che sputa rosso e giallo mentre affoga politicamente.
Il 27 luglio 1909 ancora la Gazzetta Ticinese narrò questo gustoso episodio: il consigliere Emilio Bossi (Milesbo) stava entrando nella sala del Consiglio comunale di Lugano, quando fu intercettato dall'avvocato Giulio Rossi, direttore (sic) del Corriere del Ticino. La conversazione si fece subito animata e i due decisero che avevano bisogno delle mani libere. Bossi stava ancora deponendo cartella e bastone su un tavolino, quando fu colpito da uno sganassone in pieno volto che gli ruppe gli occhiali. Lievemente alterato, il Bossi si lanciò all'attacco come una fiera. Acchiappò il Rossi, lo sbatté a terra e poi "lo tempestò di alquanti pugni" (Gazzetta Ticinese, 1909, p. 109). Sarebbero ancora lì se alcuni pacieri non fossero intervenuti a separarli.
Un secolo fa, quando si trattava di menare la lingua e le mani, neppure i socialisti ci andavano leggeri. Per esempio, in un articolo del 30 ottobre 1922, apparso sul quotidiano Libera Stampa, i socialisti accusarono i liberali radicali d'essere titolari di una fogna popolata da lerci moralisti, colpevoli di sottrazione indebita, falso in bilancio e malversazione.
Guglielmo Canevascini, guida carismatica del partito socialista ticinese, dimostrò piú volte che non sempre tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. Egli infatti, pur sapendo come utilizzare le parole, non disdegnò l'uso del bastone come mezzo per dirimere le controversie politiche e ridurre a piú miti consigli gli avversari cocciuti.
Quando, per esempio, nel gennaio del 1934 alcuni simpatizzanti fascisti marciarono su Bellinzona per occupare le tribune del Gran Consiglio, il buon Guglielmo fece in modo che fossero accolti a suon di legnate, mentre lui osservava l'andamento dello scontro da una finestra del palazzo governativo.
Oggi i tempi sono cambiati. I liberali radicali non bastonano piú nessuno e i socialisti hanno smesso di menare botte da orbi. Anzi si indignano quando qualcuno alza i toni del dibattito politico. Un dubbio, però, rimane: l'attuale pacatezza nei modi e cortesia nei discorsi è un segno di maggiore civiltà e tolleranza oppure è solo l'artificio dietro il quale si celano l'arroganza e il disprezzo? Ai posteri l'ardua sentenza.
DM
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