Nasser e le primavere egiziane
«Quando un popolo combatte per la libertà, con la vittoria non ottiene altro che nuovi padroni». La storia egiziana degli ultimi sessant’anni dimostra quanto ciò sia vero.
Alla fine degli anni Quaranta l’Egitto era governato da re Faruq I, ma l’Inghilterra aveva un peso determinante nelle decisioni dello Stato. Un terzo delle terre del Paese e il Parlamento stesso erano nelle mani di pochi latifondisti. I militari, stanchi di ciò, insorsero: deposero re Faruq e annunciarono una primavera di libertà per il popolo egiziano.
Il nuovo governo adottò subito provvedimenti radicali: la proprietà terriera fu ridotta o nazionalizzata, i partiti d’opposizione furono dichiarati illegali, la monarchia fu abolita e nel 1953 il generale Muhammad Nagib divenne il primo presidente della neonata Repubblica egiziana. Un anno dopo, però, il potere fu assunto dal vero uomo forte del Paese, Gamal Abd el Nasser, che con uno dei suoi primi atti di governo pose fine ai settantadue anni di dominio britannico in Egitto e instaurò una Repubblica monopartitica retta da una costituzione socialisteggiante.
L’avvicinamento di Nasser all’Unione Sovietica provocò la reazione di Gran Bretagna e Stati Uniti, che nel 1956 ritirarono i finanziamenti per il progetto della diga di Assuan. Nasser decise allora di nazionalizzare il canale di Suez. Attaccato da israeliani, francesi e inglesi, ebbe l’appoggio dell’Unione Sovietica che, minacciando l’intervento armato, costrinse gli invasori a ritirarsi.
Nel 1958 Nasser tentò di unificare il mondo arabo. Fu lui l’artefice della Repubblica Araba Unita, federazione che per tre anni accolse sotto lo stesso tetto Siria ed Egitto. Fallito quel tentativo, Nasser offrì il suo sostegno a vari movimenti di liberazione africani e divenne il simbolo della lotta al colonialismo. In patria, però, continuò a soffocare ogni tentativo d’opposizione, in particolar modo quella dei Fratelli Musulmani. Sayyid Qutb, esponente di spicco di questo movimento, fu giustiziato al Cairo il 29 agosto 1966.
Nel frattempo i rapporti con Israele si facevano sempre piú tesi. Il conflitto esplose quando Nasser decretò la chiusura del golfo di Aqaba alle navi israeliane. Fu l’inizio della guerra dei Sei Giorni (1967) che si concluse con la disfatta dell’esercito egiziano e l’occupazione israeliana della penisola del Sinai fino al canale di Suez. Nasser sopravvisse solo tre anni a quella tremenda sconfitta: morí d’infarto il 28 settembre 1970.
Dopo di lui l’Egitto continuò ad essere governato da militari: dapprima salí al potere Anwar el Sadat, ucciso dai fondamentalisti islamici nel 1981, poi Hosni Mubarak, scampato a sei attentati, ma deposto nel 2011 da una nuova primavera egiziana.
Oggi, dopo sessant’anni di governo militare, il popolo egiziano torna a chiedere libertà. Ma forse lo aspetta una servitù ancora piú dura, mascherata questa volta da devozione religiosa.
DM
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