Il caso Tortora e la malagiustizia italiana
All’epoca dei fatti Enzo Tortora era il conduttore di Portobello, trasmissione di successo con un pubblico di 28 milioni di spettatori. Il suo fu un arresto clamoroso. All’alba del 17 giugno 1983 i carabinieri lo prelevarono dall’Hotel Plaza di Roma, dove alloggiava, e lo fecero sfilare in manette tra due ali di giornalisti, fotografi e curiosi. Dopo una settimana di carcere il presentatore seppe d’essere coinvolto in un’inchiesta che riguardava altre 855 persone, tutte indagate a causa delle rivelazioni fatte da un gruppo di undici pentiti, che qualcuno soprannominò «la nazionale della menzogna».
Tra di loro vi erano Giovanni Pandico e Pasquale Barra. Il primo, condannato per il duplice omicidio, aveva un fascicolo chilometrico. Era stato internato nei principali manicomi criminali d’Italia e le sue cartelle cliniche lo definivano «schizoide, paranoico, dotato di personalità aggressiva condizionata da manie di protagonismo». Anche il secondo era un assassino della peggior specie. In carcere aveva ucciso tre detenuti: aveva sgozzato il boss della mala milanese Francis Turatello, poi gli aveva aperto il petto e azzannato il cuore. Questi furono gli individui che per primi accusarono Tortora di collusione con la camorra.
Barra giurò d’essere stato presente all’affiliazione del presentatore televisivo. «Lo ha battezzato Cutolo in persona», dichiarò. Pandico disse che alla fine degli anni Settanta «Tortora si occupava di spaccio di droga e aveva fatto un bidone alla Nuova Camorra non pagando una partita da 50-60 milioni di cocaina». Non vi era uno straccio di prova, ma la cosa parve non preoccupare gli inquirenti. La coorte dei pentiti aveva parlato e solo pochi, tra i quali Giorgio Bocca e Giovanni Gozzer, ebbero il coraggio di levare la voce contro la gogna mediatica che giornalisti forcaioli avevano scatenato contro Tortora.
Il resto è noto: in balia di magistrati ciarlieri e intervistaioli, Tortora trascorse sette mesi in prigione, prima che gli fossero concessi gli arresti domiciliari. Il 17 settembre 1985 i giudici di primo grado, bevendosi tutte le panzane dei pentiti, lo condannarono a dieci anni di prigione. Esattamente un anno dopo, crollato l’inconsistente castello di carte dell’apparato accusatorio, la Corte d’Appello di Napoli dovette assolvere Tortora con formula piena.
Il 20 febbraio 1987, dopo quasi quattro anni, il presentatore tornò in televisione e si presentò al pubblico con una frase rimasta celebre: «E allora, dove eravamo rimasti?» Fu definitivamente assolto dalla Cassazione il 17 marzo 1988, ma la sua vita era irrimediabilmente segnata. Morí due mesi dopo, « stroncato da una malattia che i medici chiamano tumore - dirà la figlia Silvia -ma che per me ha altri due terribili nomi: galera e disperazione».
DM
-
Accesso utente
Ricerca
Notizie più lette
Sondaggi del Mattino
Aperture domenicali dei negozi la domenica...
Il Consiglio di Stato sta valutando di sbloccare i ristorni...
Videogallery






Redazione