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Il caso Tortora e la malagiustizia italiana

09/02/2012 (All day)
Una storia di scellerata impunità scritta da falsi pentiti e da procuratori onnipotenti

All’epoca dei fatti Enzo Tortora era il conduttore di Portobello, trasmissione di successo con un pubblico di 28 milioni di spettatori. Il suo fu un arresto clamoroso. All’alba del 17 giugno 1983 i carabinieri lo prelevarono dall’Hotel Plaza di Roma, dove alloggiava, e lo fe­cero sfilare in ma­nette tra due ali di giornalisti, fotogra­fi e curiosi. Dopo una setti­mana di carcere il presentatore seppe d’essere coinvolto in un’inchiesta che riguardava altre 855 per­sone, tutte indagate a causa delle rivelazioni fatte da un gruppo di undici pentiti, che qualcuno so­prannominò «la nazionale della menzogna».

Tra di loro vi erano Giovanni Pan­dico e Pasquale Barra. Il primo, condannato per il duplice omici­dio, aveva un fascicolo chilome­trico. Era stato internato nei principali manicomi cri­minali d’Italia e le sue car­telle cliniche lo defini­vano «schizoide, para­noico, dotato di persona­lità aggressiva condiziona­ta da manie di protagoni­smo». Anche il secondo era un assassino della peggior specie. In carcere aveva ucciso tre detenuti: aveva sgozzato il boss della mala milanese Fran­cis Turatello, poi gli aveva aperto il petto e azzan­nato il cuore. Questi furono gli individui che per primi accusarono Tortora di collusione con la camorra.

Barra giurò d’essere stato presente all’affiliazione del presen­tatore televisivo. «Lo ha battezzato Cutolo in per­sona», dichiarò. Pandico disse che alla fine degli anni Settanta «Tortora si occupava di spaccio di droga e aveva fatto un bidone alla Nuova Camorra non pagando una partita da 50-60 milioni di cocaina». Non vi era uno straccio di prova, ma la cosa parve non preoccupare gli inquirenti. La coorte dei pentiti aveva parlato e solo pochi, tra i quali Giorgio Bocca e Giovanni Gozzer, ebbero il coraggio di levare la voce contro la gogna mediatica che gior­nalisti forcaioli ave­vano scatenato contro Tortora.

Il resto è noto: in balia di magistrati ciarlieri e intervista­ioli, Tortora trascor­se sette mesi in prigione, prima che gli fossero concessi gli arresti domiciliari. Il 17 settembre 1985 i giudici di primo grado, beven­dosi tutte le panzane dei pentiti, lo condannarono a dieci anni di prigione. Esattamente un anno dopo, crollato l’inconsistente ca­stello di carte dell’apparato accu­satorio, la Corte d’Appello di Napoli dovette assolvere Tortora con formula piena.

Il 20 febbraio 1987, dopo quasi quattro anni, il presentatore tornò in televisione e si presentò al pubblico con una frase rimasta celebre: «E allora, dove eravamo rimasti?» Fu definitivamente as­solto dalla Cassazione il 17 marzo 1988, ma la sua vita era ir­rimediabilmente segnata. Morí due mesi dopo, « stroncato da una malattia che i medici chiamano tu­more - dirà la figlia Silvia -ma che per me ha altri due terribili nomi: galera e disperazione».

DM


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