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Le origini del Carnevale

12/02/2012 (All day)
Le maschere, i cortei, i regnanti... la storia del Carnevale è ricca di storie ed aneddoti interessanti!

Non c’è dubbio. Il carnevale è una delle feste tradizionali piú importanti della Svizzera italiana. Un detto po­polare recita «I fèst da l’ann inn tré: Pasqua, Denedaa e l santu Carne­vaa».

L’etimologia della parola è contro­versa. L’ipotesi piú attendi­bile la collega al latino «carne(m) levare», toglie­re la carne, con riferimento al digiuno quaresimale. Se­condo altri deriverebbe da «carrus navalis», il carro usa­to nell’antica Roma nelle pro­cessioni di purificazione.

Sin dall’inizio il carnevale fu contraddistinto da una frene­sia collettiva capace di tra­sformare un’austera società contadina in una comunità votata alle baldorie piú sfre­nate. Una volta l’anno è lecito fare pazzie, recitava l’antico adagio: a carnevale, perciò, era consentito prendere in giro i po­tenti, abbandonarsi alla crapula e mascherare la propria identità.

In passato i travestimenti più usati erano vecchi cappotti rovesciati, di­vise militari sdrucite, abiti rattoppati, nastri e scialli. Si diceva che «su int al scrign da spazzacá» c’era tutto il necessario per andare in maschera il sabato grasso. Per nascondere il volto bastavano barba e baffi posticci oppure un paio di occhialoni. Spesso erano confezionate ma­schere colorate di cartone o carta­pesta, sostituite poi da quelle di plastica e gomma.

Nei secoli scorsi le autorità dovettero intervenire spesso per vietare o al­meno limitare i travestimenti: l’ano­nimato garantito dalla maschera induceva alcuni ad abbandonarsi a li­bertà che degeneravano in risse. A Sessa verso la fine del Settecento al­cune persone travestite da diavoli ese­guirono in pubblico una danza macabra, rincorrendosi e saltando sopra una specie di barella co­perta da un drappo. Termi­nata la danza, le maschere si dilegua­rono senza lasciare traccia. Il capofesta, dopo aver atteso per un po’ il loro ritorno, sollevò il panno e scoprí che occultava un cadavere. Da allora le autorità municipali impo­sero ad ogni festa mascherata la pre­senza della «sigurtà», una persona di fiducia in grado di identificare chi si celava sotto il travestimento.

Nell’Ottocento il carnevale assunse forme sempre meno legate alla realtà contadina: il corteo mascherato vide la luce in quel periodo. Nei centri maggiori si organizzava anche una battaglia con arance e mandarini. A Locarno, però, le autorità comunali dovettero proibirla, poiché pericolosa per le persone e dannosa per le fac­ciate degli edifici. Nel 1900 a Bellin­zona si invocò un’ordinanza municipale per regolare e moderare il getto delle arance, che in seguito fu sostituito dal piú innocuo lancio di confetti e coriandoli.

Il frastuono è sempre stato un altro elemento importante del carnevale. Al baccano generale contribuivano le bande stonate, sorte sul modello delle Guggen svizzero-tedesche ar­rivate per la prima volta in Ticino nel 1954 durante il carnevale bellinzo­nese. La creazione della prima banda ti­cinese, i Ciòd Stonaa di Bellinzona, risale al 1958; ad essa fecero seguito altri gruppi, fra cui la Fracasoi Cerott Band di Biasca, la Sciürü Band di Gorduno, la Sonada Balossa di Bel­linzona, la leventinese Sbodaurecc e altre come la Carnasc Band di Cade­nazzo, la Stracaganass di Bellinzona, i Vasel Sbudei di Malvaglia, la Scia­vatt e Gatt di Cugnasco, la Spacatim­pan di Chiasso, la Riva de Janeiro Band di Riva San Vitale, la Rigatoni Dance Band e i Bucatini di Novaz­zano.

In diverse località della Svizzera italiana il primo giorno di carnevale è in­coronato un Re, che ri­ceve dal sindaco le chiavi della città. A Muralto go­verna Re Sbotapiss, a Lugano Re Sbroja; la Val Colla obbedisce a Re Coleta, Cadenazzo a Re Carnasc, a Bodio regna Re Zocra, a Maggia Re Bacheton, a Comano Re Sgarbelee, a Tesserete Re Penagin. A Biasca siede sul trono Re Naregna, sovrano del buonumore e dell’allegria; a Mede­glia c’è Re Lifrocch, termine che de­finisce uno scansafatiche, a Caviglia­no il fanfarone Re Bagulon. Re Man-f­utt, alla lettera «Re me ne fotto» go­verna ad Olivone. Re Tecoppa, monarca del carnevale di Faido, deve il suo nome ad un omo­nimo personaggio della commedia milanese. Il nome del bellinzonese Rabadan viene da una voce dialet­tale che significa confusione e bac­cano. Ad Ascona Re Patrizio Condi­dóo è chiamato così poiché è sempre impersonato da un patrizio locale; il termine «condídóo» (da condire, in­saporire) allude invece all’osso di manzo o di maiale che le famiglie usavano un tempo per insaporire i cibi.

Spesso i nomi dei reami burleschi si formano aggiungendo «poli» al so­prannome degli abitanti della città: Bellinzona, i cui abitanti sono detti «ciòd», durante la settimana grassa si trasforma in Chiodopoli; Minusio, cittadina popolata dagli «asan», di­venta Asinopoli; Chiasso, città dei «nebiatt» (così chiamati poiché abita­vano nei pressi di uno stagno con molta umidità), si trasforma in Nebio­poli. Mette conto ricordare che il car­nevale di Chiasso non ha un re, ma un primo ministro che regge le sorti di una repubblica. A Roveredo Gri­gioni i festeggiamenti sono organiz­zati dal comitato della Repubblica della Lingéra sotto la direzione di un presidente.

Nel 2007 è stata costituita l’Associa­zione Regnanti della Svizzera italiana che riunisce circa 130 re e regine dei vari carnevali. Essa ha due scopi: la conservazione dei carnevali locali in Ticino e nel Moesano e la tutela di un divertimento sano, senza eccessi né violenza.

DM


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